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Perché sembra così difficile riordinare la propria casa?

di Valeria Florio, psicologa psicoterapeuta presso Centro Apice

Ci penserò lunedì”, “Dovrei proprio mettere ordine in quello sgabuzzino, ma…”, “Mi sento sommerso dalle carte!“… sono solo alcune frasi che comunemente pronunciamo, spesso sentendoci sopraffatti dal disordine che lentamente prende il sopravvento sulle nostre vite, portandoci infine a rinunciare ai nostri buoni propositi di riordino.

La domanda che viene è quindi questa: come mai non riusciamo a mettere ordine tra le nostre cose?

Sicuramente ci sono motivazioni differenti per cui la risposta non potrà essere una sola; in alcuni casi si può trattare di persone disordinate, in altri ci può essere una scarsa cura di sé e, di conseguenza, delle proprie cose.Asics W Asics Pulse Corsa 8 Da Ginocchiere scarpe Donna Gel mercato

Senza addentrarci nell’analisi del disturbo da accumulo (disposofobia), precedentemente considerato una manifestazione secondaria di altri disturbi, e adesso divenuto una categoria a sé stante all’interno del DSM-V, Manuale diagnostico-statistico dei disturbi mentali, mi limiterò in questa sede ad affrontare le comuni difficoltà che si possono riscontrare nel cercare di mantenere in ordine i propri spazi.

Spesso sembra mancare la motivazione a riordinare, e questo è facilmente comprensibile, considerato che quando si pensa di farlo spesso si è già sommersi dal disordine.

A volte può succedere che dietro alla scarsa motivazione ci sia in realtà un blocco psicologico. Tale blocco può riguardare la paura del futuro, per cui si tende a non buttare nulla perché magari potrà servirci più avanti, oppure il blocco può riguardare la difficoltà a lasciare andare il passato. Infatti, in molti casi, certe situazioni di vita, come ad esempio un lutto o una separazione, portano una persona a non voler affrontare un cambiamento in casa, come potrebbe essere il riordino di un ambiente che, quindi, assumerebbe un nuovo assetto, perdendo la rassicurante staticità che lega al passato.

Il nostro disordine diventa in qualche maniera rassicurante: niente è al proprio posto eppure tutto è a posto, la casa resta viva, in movimento, e non ci costringe a confrontarci con un ordine asettico e impersonale, all’interno del quale stenteremmo a riconoscerci.

Nel caso ad esempio di un lutto di una persona cara con la quale si conviveva, modificare l’ordine delle cose significherebbe andare avanti, oltre, continuare a vivere e dare una nuova vita anche all’ambiente con il quale quotidianamente ci rapportiamo. Questo potrebbe spaventare molte persone che, non lasciando andare ciò che è stato, rifiutano la possibilità di continuare ad esistere anche in assenza della persona che è venuta a mancare.

Conosco persone che hanno continuato a conservare delle verdure in freezer per anni, poiché erano state congelate dalla persona deceduta, o che hanno rifiutato di aprire una stanza per non entrare in contatto con ciò che apparteneva a chi non c’è più. Ognuno trova le proprie strategie per continuare a muoversi agiatamente in uno spazio che non è più abitato.

Quando si è pronti ad una fase nuova in genere si interviene anche attraverso la modifica del proprio ambiente; talvolta la ristrutturazione di casa può avvenire in modo prematuro, e indica un segnale di reazione forte, probabilmente un tentativo di fuga dal dolore. All’estremo opposto c’è chi resta intrappolato in quel dolore non elaborato, lasciando l’ambiente immutato, comportamento che potrebbe indicare una difesa comune per non lasciare andare definitivamente chi non c’è più. Le reazioni estreme in genere non sono funzionali perché non ci permettono di “stare” nell’emozione provata.

In questi casi, nella mente di chi rifiuta di mettere ordine, seppure inconsciamente, si potrebbe celare un senso di colpa, come se il riordinare rappresentasse in qualche modo un tradimento nei confronti di chi ha lasciato la casa in un certo modo, come se cambiare assetto potesse rompere quel filo sottile che continua a tenere uniti e creare perciò un divario insormontabile.

In questi casi è necessario dunque lavorare sull’elaborazione del lutto, per poter incorporare e fare propri certi vissuti senza doverli tenere legati a degli oggetti. Si potrebbe conservare un solo piccolo oggetto simbolico e decidere cosa invece si può eliminare, facendo così “pulizia” e aprendosi a una nuova fase.

Anche laddove non vi sia un lutto, l’evitamento a riordinare può essere indicativo di un blocco, che può rappresentare la difficoltà a lasciar andare delle parti di sé per prendere contatto con quelle nuove. Talvolta, aprire certi cassetti, scatoloni o armadi dove sono stati accatastati per lungo tempo numerosi ricordi può essere faticoso e venire rimandato proprio perché non ci si vuole avvicinare a quelle parti di sé sepolte sotto cumuli di cianfrusaglie.

Riordinare diventa un po’ come il disinfettare una ferita: per poterlo fare bisogna andare a toccare la parte dolente, per poi, finalmente, lasciarla guarire. E’ molto più facile lasciarla lì, non toccarla, non guardarla e magari fare finta che non esista. Allo stesso modo, è pratica comune gettare qualche oggetto o carta in un cassetto, raccontandosi la bugia che “poi la sistemerò”. E quel poi non arriva mai; anzi, sopra a quel ricordo sepolto se ne accumuleranno tanti altri… fino al punto in cui non sapremo più dove mettere le mani, e l’atto di iniziare a mettere ordine sarà visto come talmente faticoso, tanto da preferire continuare ad accumulare disordine e “fare finta di non vedere” quello che sta accadendo.

La fatica di riordinare è direttamente proporzionale al tempo in cui si è accumulato: più tempo abbiamo relegato oggetti in uno sgabuzzino, più sarà difficile aprirlo e metterci le mani.

Riordinare l’ambiente in cui si vive significa in definitiva sistemare la propria vita: fare una revisione di tutto ciò che si ha, ascoltarsi e comprendere se qualcosa ci serve o ci emoziona ancora, e infine stabilire cosa conservare e cosa invece possiamo eliminare. Come dice Marie Kondo, giapponese che ha fatto del riordino la sua professione, autrice del libro “Il magico potere del riordino”, “

il lavoro di confrontarsi pazientemente con le proprie cose, e chiedersi, una per una, se ci fanno scattare una scintilla di emozione, è un vero e proprio dialogo con sé stessi“.

Prendere contatto con delle parti di sé, con dei ricordi legati ad oggetti e a fasi di vita passate, può essere sicuramente faticoso, ma, alla fine, estremamente liberatorio, poiché avremmo finalmente la possibilità di vivere il presente, in un ambiente che riflette il nostro modo di essere attuale, frutto di ciò che siamo stati.

Essere consapevoli di questo e voler uscire da una fase di stagnazione può essere abbastanza motivante per trovare la spinta a mettere in ordine?

 

 

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18 Febbraio 2016

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